La Commissione europea non esclude il ricorso allo Statuto di blocco dell’Unione europea per proteggere la Corte penale internazionale (CPI) dalle sanzioni imposte dall’amministrazione statunitense di Donald Trump, ma per il momento continua a privilegiare il dialogo diplomatico con Washington. È quanto emerso mercoledì durante il briefing di mezzogiorno dell’esecutivo comunitario, mentre cresce la pressione politica su Bruxelles affinché adotti misure concrete per garantire il funzionamento della Corte con sede all’Aia.
Interrogata esplicitamente sulla possibilità di attivare il cosiddetto Blocking Statute, la portavoce della Commissione europea Siobhan McGarry ha confermato che il meccanismo rientra tra gli strumenti presi in considerazione. “Quando diciamo che stiamo valutando ogni possibile misura per consentire alla Corte di continuare il proprio lavoro, è chiaro che ci sono numerosi strumenti che possiamo prendere in considerazione. Lo Statuto di blocco potrebbe essere uno di questi”, ha dichiarato McGarry, precisando tuttavia che Bruxelles non è ancora pronta ad assumere una decisione.
Anche la portavoce capo della Commissione, Paula Pinho, ha confermato che si tratta effettivamente di uno degli strumenti attualmente allo studio.
La priorità dell’esecutivo europeo resta però quella di evitare un ulteriore deterioramento dei rapporti con gli Stati Uniti. “La nostra opzione preferita sarebbe che gli Stati Uniti non procedessero con queste sanzioni”, ha spiegato McGarry. “È per questo che privilegiamo il dialogo e i contatti diplomatici, pur continuando a esplorare ogni possibile misura per consentire alla Corte di proseguire il proprio importante lavoro”.
La lettera di 58 eurodeputati a von der Leyen
La posizione della Commissione arriva mentre 58 membri del Parlamento europeo hanno chiesto alla presidente Ursula von der Leyen di attivare lo Statuto di blocco per proteggere la Corte penale internazionale dalle conseguenze delle misure statunitensi.
Secondo quanto riferito da Euronews, gli europarlamentari ritengono che le sanzioni rappresentino “un attacco da parte di una potenza straniera contro un organismo sul territorio dell’UE”, con il rischio di conseguenze “devastanti” per il funzionamento della Corte.
L’iniziativa è stata promossa dall’eurodeputato del Partito popolare europeo Dirk Gotink e dall’esponente dei Socialisti e Democratici Aurore Lalucq, raccogliendo adesioni trasversali dai gruppi PPE, S&D, Renew Europe e Verdi/ALE. I firmatari chiedono alla Commissione di utilizzare tutti gli strumenti disponibili per impedire che le sanzioni statunitensi compromettano l’attività della CPI e la capacità dell’Unione europea di proteggere le proprie istituzioni e i propri cittadini.
Al centro della richiesta c’è il regolamento europeo di blocco, uno strumento introdotto per contrastare gli effetti extraterritoriali di determinate misure adottate da Paesi terzi. Il meccanismo può vietare agli operatori europei di conformarsi alle sanzioni straniere espressamente incluse nel suo campo di applicazione, impedire il riconoscimento nell’UE di alcune decisioni giudiziarie straniere e consentire alle imprese interessate di chiedere un risarcimento per i danni subiti.
Per applicarlo alle nuove sanzioni americane contro la CPI sarebbe tuttavia necessario estendere il campo di applicazione del regolamento, attraverso la procedura prevista dalla normativa europea.
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L’appello di Eumans e di Non c’è pace senza giustizia
Per sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sulla necessità di difendere la Corte penale internazionale dagli attacchi degli Stati Uniti, Marco Cappato, co-presidente di Eumans, insieme all’organizzazione internazionale “Non c’è pace senza giustizia” ha promosso un appello per chiedere alla Commissione europea di attivare lo Statuto di blocco a difesa della CPI.
Secondo quanto si legge in una nota di Eumans tra i primi firmatari figurano sei premi Nobel: la Lega tunisina per i diritti umani (Premio Nobel per la pace), Geoffrey Hinton (Fisica), Richard J. Roberts (Medicina), Giorgio Parisi (Fisica) e Oleksandra Matviychuk, responsabile del Centro per le libertà civili (Premio Nobel per la pace).
All’appello hanno aderito anche gli eurodeputati Sandro Gozi (Renew Europe) e Cloé Ridel (S&D), che ha inoltre candidato la Corte penale internazionale al Premio Sakharov del Parlamento europeo. Tra gli aderenti anche diversi magistrati e giuristi, accademici e oltre 11.000 firme di cittadini.
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Le conseguenze per giudici e funzionari della Corte
Le nuove sanzioni istituzionali annunciate da Washington il 9 ottobre potrebbero compromettere il funzionamento della Corte, soprattutto per quanto riguarda i rapporti con banche, società finanziarie e fornitori di servizi tecnologici.
Gli Stati Uniti hanno previsto un periodo transitorio di sei mesi prima della piena applicazione delle nuove misure contro la Corte come istituzione, lasciando aperto uno spazio per eventuali negoziati diplomatici.
Diversa è invece la situazione di alcuni giudici e funzionari della CPI già colpiti individualmente dalle sanzioni americane, che continuano a incontrare difficoltà nell’accesso ai servizi finanziari e ad altre prestazioni essenziali.
Durante il briefing, i giornalisti hanno chiesto alla Commissione quali iniziative stia adottando per tutelare anche il personale europeo già sottoposto alle restrizioni.
McGarry ha spiegato che Bruxelles e la stessa Corte stanno lavorando a soluzioni pratiche per garantire la continuità dei pagamenti degli stipendi, l’accesso all’assicurazione sanitaria e alle pensioni. La portavoce ha ricordato inoltre che la commissaria europea ai Servizi finanziari, Maria Luís Albuquerque, ha incontrato circa due settimane fa il cancelliere della Corte per discutere proprio delle misure necessarie a garantirne il funzionamento.
“Abbiamo perseguito soluzioni pratiche e la Corte stessa ha fatto altrettanto per consentire al proprio personale di continuare a essere retribuito e ad avere accesso all’assicurazione sanitaria e alle pensioni”, ha dichiarato McGarry.

